Le mille e una notte
Le mille e
una notte (in arabo: ألف ليلة وليلة, Alf layla wa-layla;
in persiano: هزار و یک شب , Hezār-o yek šab) è una celebre raccolta di novelle orientali, datata attorno al X secolo, di varia ambientazione
storico-geografica, composta da differenti autori.
È incentrata sul re persiano Shāhrīyār, che, essendo stato tradito da una delle sue mogli, uccide sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze. Un giorno, Sharāzād, figlia maggiore del Gran Visir, decide di offrirsi volontariamente come sposa al sovrano, avendo escogitato un piano per placare l'ira dell'uomo contro il genere femminile. Così la bella e intelligente ragazza, per far cessare l'eccidio e non essere lei stessa uccisa, attua il suo piano con l'aiuto della sorella: ogni sera racconta al re una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per mille e una notte (che è un modo di dire per indicare un periodo di tempo molto lungo); e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita. Ciascuna delle storie principali delle Mille e una notte è quindi narrata da Sherazad; e questa narrazione nella narrazione viene riprodotta su scale minori, con storie raccontate dai personaggi delle storie di Sherazad, e così via. Questo espediente narrativo, che ancora oggi ha nelle Mille e una notte uno dei suoi casi d'uso più illustri, è da alcuni paragonato a quello del teatro nel teatro che giunge attraverso Shakespeare fino a Pirandello. Inoltre nel 1300 lo scrittore Boccaccio entra per primo a far parte di tale gruppo, il quale è stato il primo a portare questo tipo di narrazione in Europa, dove la narrazione "interna" serve in molti casi a chiarire le posizioni dei protagonisti nel suo Decamerone.
È incentrata sul re persiano Shāhrīyār, che, essendo stato tradito da una delle sue mogli, uccide sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze. Un giorno, Sharāzād, figlia maggiore del Gran Visir, decide di offrirsi volontariamente come sposa al sovrano, avendo escogitato un piano per placare l'ira dell'uomo contro il genere femminile. Così la bella e intelligente ragazza, per far cessare l'eccidio e non essere lei stessa uccisa, attua il suo piano con l'aiuto della sorella: ogni sera racconta al re una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per mille e una notte (che è un modo di dire per indicare un periodo di tempo molto lungo); e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita. Ciascuna delle storie principali delle Mille e una notte è quindi narrata da Sherazad; e questa narrazione nella narrazione viene riprodotta su scale minori, con storie raccontate dai personaggi delle storie di Sherazad, e così via. Questo espediente narrativo, che ancora oggi ha nelle Mille e una notte uno dei suoi casi d'uso più illustri, è da alcuni paragonato a quello del teatro nel teatro che giunge attraverso Shakespeare fino a Pirandello. Inoltre nel 1300 lo scrittore Boccaccio entra per primo a far parte di tale gruppo, il quale è stato il primo a portare questo tipo di narrazione in Europa, dove la narrazione "interna" serve in molti casi a chiarire le posizioni dei protagonisti nel suo Decamerone.
Ambientazione
L'ambientazione delle novelle è alquanto varia: il
racconto-contenitore, come pure altre novelle, ha una origine indo-iranica
ed appartiene al nucleo più antico. [1] In molte altre novelle intervengono jinn
e spiriti, che denotano un'antica derivazione persiana.
Si individua pure un ciclo dei
racconti di Baghdad (chiaramente di tradizione arabo-musulmana), nelle quali assume un ruolo
fondamentale il califfo Hārūn al-Rashīd ed un ciclo di novelle ambientate
in Egitto (per lo più al Cairo), più avventurose e di origine più recente,
nelle quali si riconoscono influssi giudaici.
In tempi successivi vennero aggiunti
racconti estranei; quali Le avventure di Sinbad il marinaio
o La storia dei sette vizir.
Origine ed edizioni
Inizialmente tramandate oralmente, da un punto di vista temporale si
ritiene che la prima stesura organica delle novelle sia datata attorno al X secolo. È infatti di questo periodo un'opera
dal titolo persiano Hazār afsane (Mille favole), che potrebbe essere
identificata col nucleo più antico de Le mille e una notte.
A supportare questa datazione approssimativa esiste la dichiarazione di uno storico secondo il quale all'inizio del XII secolo in Egitto l'opera Alf layla wa-layla (titolo arabo che letteralmente significa "Mille e una notte") era molto popolare e conosciuta.
D’altro canto, il manoscritto dal quale vennero effettuate le traduzioni che la diffusero in Europa era già esistente nel 1500.
A supportare questa datazione approssimativa esiste la dichiarazione di uno storico secondo il quale all'inizio del XII secolo in Egitto l'opera Alf layla wa-layla (titolo arabo che letteralmente significa "Mille e una notte") era molto popolare e conosciuta.
D’altro canto, il manoscritto dal quale vennero effettuate le traduzioni che la diffusero in Europa era già esistente nel 1500.
In alcune novelle si trovano
riferimenti alla potenza navale di Genova, Venezia e Zara, come pure citazioni di particolari armi
o istituzioni egiziane: tutte tracce che possono suggerire diverse datazioni.
In Inghilterra primo a cimentarsi fu l'orientalista
Edward Lane, che creò una versione più estesa rispetto a quella di Galland ma
assai censurata, per adattarsi alla rigida morale
vittoriana. Per reazione, il poeta John Payne, amico di Burton, si cimentò in
una propria versione in cui lasciò da parte la morale in nome di una maggiore
aderenza all'originale, reintegrando tanti dei passi ingiustamente tagliati.
Sollecitato dall'interesse che le Mille e una notte riscuotevano, anche Richard Francis Burton
si mise allora all'opera per una traduzione. La sua versione è assai arcaica
nella lingua e riporta alcune differenze rispetto a quelle dei due predecessori
e di Galland. L'erotismo del testo fu accentuato soprattutto
dalle minuziose note ed appendici, che non si limitano però a fornire delucidazioni
sul materiale sessuale ma coprono innumerevoli aspetti dei costumi dei vari
stati musulmani dando un interessante supporto al lettore. La sua versione
rimane la più estesa di quelle mai pubblicate (sedici volumi: dieci di Mille
e una notte più sei di Notti supplementari, in cui sono incluse le
storie "orfane" di Aladino e Alì Babà).
In Italia una traduzione assai accurata è stata approntata dal
grande arabista Francesco Gabrieli
che si avvalse dell'apporto di Umberto Rizzitano, Costantino
Pansera e Virginia
Vacca. Il lavoro fu eseguito per la casa editrice torinese Einaudi.
Esiste ancora, in quattro volumi editi da Alberto Marotta a Napoli nel 1956, una traduzione delle Mille e Una Notte di Giovanni Haussmann (volumi I e II) e di Mario Visetti (volumi III e IV), dalla traduzione russa condotta dagli arabisti M. A. Sallier e I. Kratchkovsky sull'edizione di Calcutta del 1839-41, e pubblicata dal 1932 al 1939 nelle edizioni dell'Accademia sovietica delle Scienze di Leningrado.
Esiste ancora, in quattro volumi editi da Alberto Marotta a Napoli nel 1956, una traduzione delle Mille e Una Notte di Giovanni Haussmann (volumi I e II) e di Mario Visetti (volumi III e IV), dalla traduzione russa condotta dagli arabisti M. A. Sallier e I. Kratchkovsky sull'edizione di Calcutta del 1839-41, e pubblicata dal 1932 al 1939 nelle edizioni dell'Accademia sovietica delle Scienze di Leningrado.
Inoltre, riportando la nota bibliografica della traduzione edita da Marotta,
le traduzioni italiane precedenti sono numerosissime ma tutte più o meno
incomplete o condotte praticamente sulla traduzione settecentesca di Antoine Galland.
Una traduzione ricca di annotazioni è quella in francese di René Rizqallah Khawam, a partire da manoscritti originali del XIII secolo, pubblicata nel 1986.
Una traduzione ricca di annotazioni è quella in francese di René Rizqallah Khawam, a partire da manoscritti originali del XIII secolo, pubblicata nel 1986.
Si ricordano le anonime apparse
nelle seguenti edizioni: Ferraris, 1852; Perelli, 1862;
De Angelis, 1864; Lubrano, 1864 (terza edizione); Pagnoni, 1872;
Carrara, 1881; Chiurazzi, 1884;
Tommasi e Checchi, 1888; Bietti, 1893;
Salani, 1893 (a cura di Armand Dominicis); Soc.
Ed. Milanese, 1908 (traduzione integrale dal Galland); Nerbini,
1909;
Istituto Editoriale Italiano, 1914; Nugoli, 1921-25;
Sandron, 1922; Salani, 1924-28
(riveduta sul testo arabo da Francesco
D'Arbela); Istituto di Arti Grafiche, 1924 (a cura di Arturo Jahn Rusconi);
Bolla 1928; UTET, 1928 (a cura di Angelo Maria Pizzagalli);
Genio, 1933 (riduzione di Lilli Ferrari Accama); Hoepli, 1944
(riduzione di Teresita e Flora Oddone); Einaudi, 1948.
Jorge Luis Borges, nella Storia dell'eternità,
analizza le traduzioni delle Mille e una notte, segnalando la già citata
versione di Burton.
Prologo
In Arabia il sultano Shahriyar governa il grande regno della Tartaria in India,
mentre il fratello minore Shahrzaman si limita ad esserne solo primo ministro.
Entrambi vivono felicemente in compagnia delle mogli, del fragrante e forte
aroma delle spezie e dei pittoreschi colori della città; tuttavia una notte
Shahzaman scopre che la moglie lo ha tradito con un servo. Disperato dal triste
avvenimento, il principe fa uccidere sia il traditore che la moglie e passa
alcuni momenti in grande depressione, finché non riacquista la gioia e racconta
tutto al fratello Shahriyar. Il sultano rimane assai colpito dalla gran forza
d’animo del principe, tuttavia resta scettico riguardo alla sua opinione
sull'infedeltà della donna. Allora Shahzaman gli propone di spiare le azioni
che commetteva la moglie durante la notte, dato che aveva alcuni sospetti.
Shahriyar rimane alquanto stupito riguardo tale notizia ma accetta ugualmente.
Una notte i due partono per una battuta di caccia e di nascosto ritornano nella
città di Tartaria, scoprendo purtroppo l'adulterio sospetto. Shahriyar ci
rimane malissimo e perde del tutto il suo buon umore e il suo carattere
benevolo, ordinando che la traditrice fosse decapitata assieme al suo seguito
di servi e serve e che tutte le mogli che d’ora in poi avrebbe preso, venissero
trafitte dal suo visir il giorno dopo la prima notte di matrimonio.
La città cade in grave sconforto per
la truce decisione del sultano e un giorno Shahrazad, figlia del visir boia,
supplica il padre di condurla in sposa con il sultano Shahriyar. Il visir crede
che lei sia diventata pazza e le racconta una serie di aneddoti per convincerla
a desistere. La storia più famosa è quella del “bue e dell'asino”. Un
agricoltore possedeva un bue e un asino, mentre il primo si spaccava la schiena
ogni giorno per arare i campi, per poi ricevere poche cure alla sera, il
secondo mangiava a sazietà e compiva solo pochi lavori. Un giorno i due
decisero di scambiarsi i lavori: il bue si sarebbe ribellato ai maltrattamenti
del padrone e l'asino si sarebbe assunto tutte le cariche faticose dell'amico.
Così avviene e il bue trascorre una giornata di benessere, mentre l'asino torna
alla sera stanco e malconcio. Il padrone, credendo che il bue fosse malato,
decide di ucciderlo, così gli riferisce l'asino, e così il bue il giorno dopo
si dimostra docile, sopportando a malincuore ma per aver salva la vita, le
fatiche di sempre.
Shahrazad tuttavia non presta ascolto alle favole del padre e si sposa ugualmente, con un piano ben preciso in mente. Quella notte la ragazza fa entrare nel palazzo anche la sorella Dunyazad che la invita a raccontare una favola; il sultano Shahriyar, incuriosito, le dà il permesso e Shahrazad incomincia.
Shahrazad tuttavia non presta ascolto alle favole del padre e si sposa ugualmente, con un piano ben preciso in mente. Quella notte la ragazza fa entrare nel palazzo anche la sorella Dunyazad che la invita a raccontare una favola; il sultano Shahriyar, incuriosito, le dà il permesso e Shahrazad incomincia.
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